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Profili: Roberto Ferrari
Roberto Ferrari è un signore, non più giovanissimo, che ci segue, ci frequenta. Ogni tanto fa un po’ di atletica con noi. Finora, però, non ha mai giocato a rugby. Vi giocherà quando sarà lui stesso a sentire di volerlo fare. In caso contrario nulla cambierà.Ho conosciuto persone originali, estrose, stravaganti. Ma uno come Roberto non lo avevo incontrato mai, né qui in Italia, né in Inghlterra, né in America. Per quel che mi riguarda, questo signore è unico al mondo. Lo è nei modi e nella quadratura mentale. Anche se non se ne rende conto, è un eccentrico. Più eccentrico di tanti inglesi stessi che per ore e ore parlano ai loro cani, seguono il movimento delle nuvole, si innamorano di donne che non esistono: si innamorano di donne create dalla loro immaginazione.
Roberto ha per noi un affetto che oserei definire fraterno. Ci ha scoperti, s’è unito a noi, e lo ha fatto senza nulla chiedere, senza sgomitare, senza salire in cattedra. In momenti di dibattito interno un poco troppo vivace, ha voluto stemperare gli animi, smussare - come si suol dire - gli angoli. Ma sempre con compostezza, sempre sottovoce. Senza la pretesa di insegnarci a vivere.
A me questo nostro compagno pare uscito da un racconto di Cechov o da un dramma di Ibsen, da una novella di Mark Twain o da un’opera di Pirandello. Ha pudore dei propri sentimenti, ma non lascia che questo pudore condizioni il suo comportamento. In questo è davvero italiano. E’ un italiano classico. Assomiglia un po’ a certi signori del mio quartiere fiorentino (Campo di Marte) presenti nei ricordi che risalgono alla mia infanzia. Lo stesso tratto, la stessa sobrietà, la stessa sostanza.
Come scrissi quest’inverno negli auguri natalizi ai miei compagni di ventura, Roberto Ferrari è un uomo senza tempo, un animo libero, indipendente. Su di lui le mode non attecchiscono. Su di lui il “lessico” televisivo non fa presa. Lui il cervello non se lo fa lavare. Lui è uno che sta bene con se stesso. Ma sa stare bene anche con gli altri, con noi veterani del Villa Pamphili Rugby forse ci sta ancora meglio. Arriva al campo con aria un poco trasognata, ha un saluto per tutti, una parola buona per tutti. S’interessa in modo genuino alle nostre sorti. Appare come rinfrancato, sollevato. Se gli diamo l’”ossigeno” di cui ha talvolta bisogno, questo ci fa un grande piacere. E’ bello sapere d’essere utili a una persona come lui.
Roberto rincorre forse qualcosa. Magari è per questo che si è avvicinato al rugby e ha cominciato a praticarci con la discrezione che rappresenta uno dei tratti maggiori del suo carattere. Chissà che non rincorra l’idea di essere un giocatore di rugby o di esserlo in una vita futura. Ma lui è già un rugbista. Non importa che non abbia mai disputato una partita, non importa che non abbia mai riportato la frattura d’una costola. Lui è comunque un giocatore di rugby. Lo è poiché il gioire delle gioie altrui, delle gioie di quelli che vanno in campo, è l’espressione primaria della psiche di un rugbista.
Ma basta guardarlo negli occhi. La sua espressione è pulita, sincera. Più eloquente della dialettica d’un Principe del Foro o di quella d’un antico maestro di Rettorica. Roberto Ferrari è un interiorizzato che magari si macera e allora combatte coi dubbi che lo assalgono: eppure, sa proiettarsi verso gli altri. Si mette a disposizione degli altri. Spende bene la propria vita. Arricchisce l’animus della legione dei veterani del Villa Pamphili.
E’ proprio uno di noi.
Toni De Santoli
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