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Profili: Romolo Oliveri



Romolo Olivieri da Ariccia, classe 1950. Ma chi è costui? Torreggiante, disinvolto, all’apparenza freddino (ma solo all’apparenza), arguto, amante del vino di quello bono, viaggiatore, fine estimatore della bellezza muliebre, è l’asso nella manica del Rugby, l’asso nella manica della Medicina, della Scienza quindi. Come rugbista è difatti un fuoriclasse e non riesco a capire perché non sia mai approdato alla vecchia “Serie A”. Come medico chirurgo, ha una competenza, una preparazione di prim’ordine, lo capisci subito, lo noti all’istante. Come “avanti”, ha una visione di gioco “da mediano” o “da tre-quarti”, a parte, s’intende, la solidità del seconda linea - quale egli è - portato tuttavia allo sganciamento in attacco, cosa, questa, che fa la felicità dei due mediani. Ma in “A” , appunto, non c’è mai arrivato, così come lui “non” è il medico del Quirinale o di grossi calibri della finanza o dell’industria automobilistica.
Ma sapete perché? Perché l’Olivieri “non” è un ambizioso. L’Olivieri non si è mai posto in tutta la sua vita il desiderio di diventare un “potente”, una “celebrità”, un uomo insomma del quale si parla e del quale si invidiano i grossi conti in banca. L’”ambizione” per lui è una stortura, una “deviazione”, quasi una malattia (forse anche senza il “quasi”) che in vari casi finisce per tramutare l’individuo in un asociale, in una forza nociva e, alla fine, in un prevaricatore. La “celebrità”, poi, è qualcosa di fuggevole, di vacuo. Un qualcosa che può farti anche perdere il sano contatto con te stesso. I grossi conti in banca? E uno che se ne fa dei grossi conti in banca, di una o due barche, due o tre “siderali” automobili di serie diverse, un attico a Piazza Navona, un altro attico sul Lungotevere Flaminio, una villa in Sardegna, un’altra al Circeo…? Basta il denaro per condurre una vita senza ansie e senza scossoni. Basta il denaro, non tantissimo, guadagnato con la propria opera, l’opera condita anche da un certo sudore. Il sudore del medico chirurgo un poco “all’antica”, come appunto è l’Olivieri, il quale dimostra quindi d’essere anche un bravissimo diagnostico: ce ne siamo accorti noi stessi più di una volta sui campi di rugby, in incontri fra veterani. A lui basta un’occhiata, basta una breve esplorazione e ti dice di che cosa si tratta. Te lo dice con calma olimpica, in modo, sì, serafico. Tu ti senti subito rinfrancato. O gente! Uno come lui, che alla sua età (come se fosse un neo-laureato) fa ancora i turni di notte in ospedale, non è, no, un ambizioso; non è, no, il tipo che niente antepone alla ricerca della fama e dell’opulenza. Casomai, lo vedrei bene come medico in servizio sui transatlantici, anche perché Romolo è un formidabile giocatore di carte e si sa che il medico del bastimento è anche un bravo giocatore di bridge, di tressette, scala quaranta, ramino, e così via. Lo deve essere. Lo è. Ma quest’occupazione gli negherebbe un sommo, grande piacere: giocare a rugby fra i veterani dopo aver giocato a rugby in gioventù.
Non si può comunque parlare di Romolo Olivieri se non si parla di politica o, più precisamente ancora, di ideologie. Non capiremmo l’uomo. Non capiremmo il personaggio. Bene: Romoletto è comunista. E’ il solo comunista che sia riuscito a farmi cantare “Bandiera Rossa”… Accadde nel giugno del 2004, eravamo appena arrivati a Grenoble, dove il giorno seguente avremmo incontrato i veterani del Grenoble. Vi eravamo arrivati dopo tredici ore di pullman, ma fra tutti noi, a dispetto della stanchezza, zampillava incontenibile l’allegria. Ebbene, “Bandiera Rossa” accanto a lui la cantai con gioia, a squarciagola, divertendomici da morire! I prodigi del rugby… I prodigi che hanno origine nella comunicativa e nel cameratismo del sorridente (ma non sempre) Romolo Olivieri…
A Romolo quindi non piace la società divisa per “classi”. Non gli va che uno nuoti nella ricchezza e tanti altri non abbiano nemmeno un duino per far cantare un cieco. Non tollera i privilegi, perlomeno quelli acquisiti, o ricevuti, senza nessun merito o, peggio ancora, dopo aver tu causato la rovina di chissà quanti esseri umani. Non crede - non ci crede nel modo più assoluto - che a determinare la vita dei popoli debba essere Il Mercato… Anche perché c’è pur sempre qualcuno che stabilisce come debba procedere, e in quali modi debba procedere, questo Mercato ritenuto infallibile, inconfutabile, meraviglioso…! Quindi, il “disegno” non è affatto senza macchia… Non è “perfetto”. E’, anch’esso, un artifizio. Poggia spesso su una serie di perverse manipolazioni.
Si dice oggi che le ideologie siano “tramontate”, e forse è vero. Ma a lui non importa. Lui resta in tutta onestà attaccato al proprio ideale. Il personaggio risulta quindi ancor più ammirevole: non ha nessuna speranza di “vittoria”, ma non per questo imbocca un’altra via, non per questo sposa una data “politica” distante dai suoi principi, non per questo crede in una rigenerazione intellettuale che apparirebbe comunque fasulla. Lui non ha bisogno di nessuna rigenerazione: sta bene così com’è. Sta bene con se stesso e coi pochi intimi che lo circondano. Sta bene nelle notti trascorse nell’ospedale di Velletri, a salvare non di rado vite umane. Sta benone coi suoi compagni di squadra e, in particolare, anche con quelli che non credono, e mai hanno creduto, nella lotta di classe… L’uomo è in bella sintonia con se stesso. Lo è perché l’Olivieri è “anche” matematico, fisico, filosofo. Sissignori. Lui ti sa spiegare in quattro e quattr’otto la Teoria della Relatività, ti sa dire che differenza c’è fra Kant e Hegel, conosce Talete e Pitagora. Eppoi, per uno così è un gioco da ragazzi illustrare Positivismo, Determinismo, Metafisica. Talvolta, al suo cospetto ti pigliano complessi d’inferiorità, ti senti un po’ inadeguato… Ma tutto questo da parte sua è espresso, sviscerato senza saccenza, senza prosopopea. Ogni tanto, ma solo ogni tanto, il suo tono risulta un poco perentorio… Questo, del resto, è umano. Molto umano.
Romolo Olivieri ha sbagliato epoca… Lo avrei visto bene nei giorni della Comune di Parigi del 1871, intento a bloccare emorragie, a tagliare arti per scongiurare la cancrena, a estrarre dai corpi dei feriti le pallottole dell’esercito, tutto questo nel fumo denso e acre che avvolgeva il Quartiere Latino, l’Ile de la Citè, Montparnasse, nel frastuono delle cannonate, nel crepitìo della fucileria, al suono di voci disperate. Lo avrei visto ugualmente bene nel quadro, forse ancor più tragico, apocalittico, sì, della Guerra Civile di Spagna fra il 1936 e il 1939, impegnato, certo, nelle fila della Sanità dello schieramento repubblicano anarco-socialcomunista e quindi antifascista e antinazionalsocialista. Magari, sul Fronte di Teruel gli sarebbe toccato passare anche due, tre notti quasi insonni per l’arrivo senza sosta di feriti, di soldati o miliziani già mutilati, già privi della vista, alcuni, forse, in stato di shock e coi polmoni divorati dai gas. Ma siccome lui prima di tutto è un medico chirurgo, credo che, all’occorrenza, avrebbe curato, e magari salvato, anche un nazionalista spagnolo (un franchista) o un soldato italiano del Regio Esercito… E lo avrei visto ancora meglio impegnato già nell’Ottocento a curare i lebbrosi in Egitto, in Tripolitania, nel Sudan. Un compito che lui avrebbe senz’altro svolto con spontanea volontà.
Ma meno male che Romolo ha sbagliato epoca… Altrimenti questo colosso della mischia, questo pilastro del rugby non lo avremmo mai conosciuto!
Non sappiamo però se siamo stati noi del Villa Pamphili a entrare nella sua vita o se sia stato lui a entrare nella nostra. La domanda magari è inutile, è pleonastica. Fatto sta che dalla primavera del 2000, e con una certa continuità a partire dalla fine del 2001, Olivieri gioca “anche” con noi. Lo conoscemmo infatti nella primavera del 1999, quando lui già militava nella compagine degli Old Boys del Colleferro. Vi milita tuttora, ma se un sabato il glorioso e scintillante Colleferro non gioca e giochiamo invece noi biancoverdi, lui la nostra casacca la indossa senza indugio e la onora da par suo. Di noi qualcosa lo deve aver colpito. Forse, il qualcosa dello “sgangherato”, ma bello, genuino, lieto, che a quell’epoca accompagnava la vita di questa nostra formazione che spesso si presentava con sedici avanti e due tre-quarti (…), che incassava quindi un fottìo di mete, ma alla fine, dopo essersi dannata su ogni pallone, tendeva al vincitore la mano con sincerità e bello stile.
Gli deve esser piaciuta la nostra “nobile” povertà… Giusto, no? Romolo va in aiuto dei deboli. Il discorso torna. Quadra.

Toni De Santoli

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